aeroporti.
Dove il tempo scorre lento nelle attese, dove scorre un tempo che l'orologo biologico non riconosce.
Code ai gate, le precisissime ed elegantissime divise delle hostess asiatiche, tutte, le giapponesi, le cinesi, la generiche asia express qualcosa. Acconciature tiratissime, capelli legati, sorrisi credibili.
Poi ci sono i russi che si urlano da un cesso all'altro, ruttano con cognizione di causa, e sembrano voler iniziare un regolamento di conti da un momento all'altro.
E gli italiani, santi e navigatori onnipresenti, si riconoscono subito. C'è una coppia, all'imbarco del mio volo, sembra usciti da un vecchio numero di Cuore. Lui sembra un po' Bobo, quello di Staino, sembrano proprio una coppia di quarantenni con reminiscenze di militanza giovanile nell'estrema sinistra, vestiti un po' così, lo sguardo un po' attento e un po' trasognato. Non mi sarebbe dispiaciuto avere lei come professoressa di italiano, probailmente. Lui legge il suo giornale mentre lei traffica col mac. Lui si incazza perchè lei gli incasina le configurazioni della wireless. Lei si indigna perchè i bbastardoni voglio 8 euri 8 l'ora per la connessione internet. Io sono seduto al tavolino a fianco, con lo stesso dilemma.
Col cazzo.
E poi i giapponesi. Fantastici. Adoro i giapponesi. Meno la loro classe economica, dove mi hanno letteralmente incastrato per undici ore undici. Mai visto un posto così stretto. Undici ore durante le quali, quanto meno, sono riuscito a vedermi l'ultimo indiana jones e soprattutto kung fu panda. Ottimo il panda. Da vedere.
E poi la notte che passa rapidissima, volando verso est, sorvolando San Pietroburgo, poi ancora nord-est, un parabolone sopra la Siberia, sfiorando Vladivostok e giù arrivare dove dorme il sole. Sembra così facile arrivare dall'altra parte del mondo...
A Tokio sono le due e mezza del pomeriggio. Per me non tanto. Faccio la coda per l'immigrazione. Efficientissimi, pochi minuti e smaltiscono decine di persone in attesa prima di me. Impronte digitali elettroniche dei due indici, facciona sorridente per foto con webcam, timbrino sul passaporto e visto turistico di tre mesi.
fico.
Peccato che ci resti solo quattro ore....
Scendo di sotto, e la mia valigia già mi stava aspettando. Sono commosso. Altra coda al custom, dove una signorina che parla inglese come se avesse una patata in gola mi chiede se trasporto droghe naturali o sintetiche. No, certo. Me ne vado. Di nuovo ai check-in. Altro giro, altra corsa. Vorrei comprare qualunque minchiata con le scritte in giapponese, una cartolina col monte fuji, il samurai uatatooo, ma niente yen. Dogana, altra coda, sì, lo so, sono appena arrivato, ma che vuole farci, sono di fretta. Arivedecci. Tokio Narita, e la moquette ovunque. Pieno di americani che tornano a casa, voli united per san francisco, los angeles, chicago, honolulu. Con le premurose signorine che chiamano la gente ai gate. Inizio a temere le manie per la sicurezza.
E il sushi bar, e questo silenzio irreale per i corridoi, gente tranquilla e muta, si fanno i fatti loro al minimo dei decibel. Non è esattamente come a Fiumicino.
E davvero esiste. L'ho visto io.
Questo. Il cesso lavaculo!! Pieno di pulsantini, ma non credo che i aeroporto avessero il comando vocale... Fantastico.
Vabbè, io mi diverto con poco. 'mbè?